“Stasi? Stra-colpevole”. Garlasco, De Rensis spiazza a Ore 14

Il caso Garlasco torna ancora una volta al centro del dibattito mediatico, alimentando interrogativi, contrapposizioni e nuove letture investigative.

A distanza di anni dall’omicidio di Chiara Poggi, le ricostruzioni continuano a intrecciarsi tra elementi già noti e nuovi spunti che riaccendono l’attenzione dell’opinione pubblica. A far discutere è soprattutto il continuo confronto tra le certezze processuali e le ipotesi investigative che, nel tempo, sembrano riemergere con forza.

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Nelle ultime ore, a riaprire il confronto è stato il programma televisivo Ore 14 Sera, guidato da Milo Infante, dove il caso è stato analizzato con interventi di esperti e protagonisti del dibattito. Proprio durante la trasmissione si è sviluppato un acceso confronto su alcuni elementi chiave dell’indagine, che continuano a dividere esperti e legali.

Il dibattito sulle nuove impronte e le ipotesi

Al centro della discussione, ancora una volta, le tracce biologiche e le impronte rinvenute sulla scena del crimine. Lo stesso Infante ha sottolineato: “Il DNA e l’impronta 33 sono fondamentali, ma c’è anche l’impronta 42 davanti allo specchio, oggi gli investigatori ipotizzano che anche Andrea Sempio abbia un numero di scarpa compatibile con l’orma trovata porta la difesa a smontare questo”. Un passaggio che evidenzia quanto il quadro investigativo resti tutt’altro che definito.

A intervenire è stato anche il generale Luciano Garofano, che ha ridimensionato alcune conclusioni: “Siamo sempre al 42-43, bisognerà dimostrare se Sempio può calzarli e se Alberto Stasi può calzare una misura inferiore al 42, altrimenti di cosa stiamo parlando?”. Un’osservazione che riporta l’attenzione sulla necessità di prove concrete e verificabili, soprattutto quando si tratta di elementi tecnici così delicati.

Non meno incisivo l’intervento di Cavallaro, che ha messo in discussione le certezze del passato: “La Procura lo rimette sulla scena perché non c’è più la certezza assoluta che quella fosse una scarpa Frau 42, le certezze granitiche della sentenza vanno via”. Una dichiarazione che ha inevitabilmente acceso il confronto con chi, invece, difende l’impianto accusatorio consolidato negli anni.

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Dall’altra parte, il criminalista Dario Redaelli, consulente della famiglia Poggi, ha ribadito con fermezza: “Non condivido assolutamente, è una consulenza della Procura, quelle della parte civile e dell’indagato si confronteranno nel dibattimento davanti a un giudice, che deciderà. Non possiamo dire che quello che dice la Procura sia la verità. Il piede di Alberto Stasi è più piccolo di quello di Sempio di almeno un centimetro e sette millimetri, le misurazioni fatte nella perizia Testi del piede di Stasi era risultato lungo 25 centimetri”.

Ma è nella seconda parte del confronto che il clima si è fatto ancora più acceso. L’avvocato Antonio De Rensis ha preso posizione in modo netto, pronunciando parole destinate a far discutere: “Possiamo lasciare dormire in carcere Alberto Stasi, che è stra colpevole, e concentrarci su Sempio? Io e l’avvocato Bocellari abbiamo assistito per un anno e mezzo di nuovo al processo Stasi rispetto all’interesse per questo procedimento. Siccome Stasi per la giustizia italiana è l’omicida lasciatelo dormire in carcere a Bollate dove va da dieci anni e mezzo e concentratevi a smontare l’indagine su Sempio. Stasi è colpevole, l’abbiamo già assodato, questa è distrazione mediatica, parliamo di Sempio”.

Una presa di posizione durissima, che ha trovato immediata replica da parte di Redaelli: “C’è un particolare da sottolineare, l’indagine su Sempio nasce per scagionare Stasi”. Parole che hanno aperto un nuovo fronte polemico, con De Rensis pronto a ribattere: “Questo è grave. L’indagine nasce perché il Procuratore Capo di Pavia decide di indagare, se diciamo che nasce per scagionare Stasi”.

A quel punto, il confronto si è spostato anche sugli sviluppi investigativi degli anni precedenti. Redaelli ha ricordato come tutto si colleghi a un esposto del 2016, mentre Infante ha incalzato: “Non dovremmo citare l’informativa dei carabinieri del 2020?”. La risposta è stata puntuale: “Quella è successiva a quella del 2018, viene archiviata integralmente. Vengono affidate consulenze dalla difesa Stasi al dottor Ghizzoni, che fa valutazioni sulle impronte sul dispenser, della presenza dei capelli nel lavandino, oltre all’impronta 33”.

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Infante ha quindi chiuso il ragionamento con una riflessione che riassume il cuore della vicenda: “Stante la correttezza di quello che dice, arriviamo alla fine. I Carabinieri di Milano decidono di trasformare questo lavoro in un’informativa, poi trasmessa alla Procura di Pavia. Poi leggendola, comincia a porsi domande. Sono i Carabinieri che notano qualcosa che non va”.

Intanto, sui social il dibattito è esploso. C’è chi scrive: “Non si può continuare a cambiare versione dopo anni”, mentre altri ribattono: “Se emergono nuovi elementi è giusto indagare fino in fondo”. E ancora: “Le parole di De Rensis sono fortissime, ma il dubbio resta”. Un caso che, ancora oggi, continua a dividere e a lasciare aperti interrogativi profondi sulla verità giudiziaria e sulla ricerca della verità.

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